Albino ci racconta IL nuovo album, “messaggi vocali”

Albino si apre e ci regala qualche dettaglio sul suo nuovo album dal taglio quanto mai personale: "Messaggi vocali"

Il rapper ravennate classe 1997 Albino ha appena pubblicato il suo secondo album ufficiale, “Messaggi vocali”, per l’etichetta indipendente Cisim-LODC (la stessa con cui è uscito recentemente “Poco dopo mezzanotte”, il nuovo album di Moder). Si tratta di un disco realizzato insieme al produttore musicale Mrdiniman e, nello specifico, di un concept album in cui Albino racconta la fine di una relazione a distanza vissuta (realmente) attraverso messaggi vocali non ascoltati.

Le atmosfere degli otto brani quindi sono intime, a tratti cupe, perché, come ha dichiarato lo stesso Albino, “ogni traccia è come un messaggio lasciato nel vuoto, un tentativo di dare voce al dolore, alla confusione e alla solitudine che arrivano quando l’altro non c’è più “.

Lo stile dell’album è, allo stesso tempo, classico e contemporaneo, non a caso nella biografia di Mrdiniman si legge che fonde la tradizione del “boom bap” con influenze più moderne.

Per approfondire la genesi del disco , abbiamo rivolto qualche domanda ad Albino che, fino a qualche anno fa, si firmava Nox…

CIAO ALBINO, come hai interagito con Mrdiniman per la realizzazione di questo nuovo album? Qual è stato, insomma, il vostro metodo di lavoro?

La collaborazione con Mrdiniman è nata in un momento complicato della mia vita. Eravamo già amici da anni: l’ho conosciuto a una tappa del Tecniche Perfette quando avevo 16 anni, lui era già lì a giocarsi le finali. Ho sempre avuto grande rispetto per lui. In quel periodo aveva capito che non stavo bene e ha iniziato a tenermi a casa sua per distrarmi. Mi diceva di scrivere, di raccontare quello che stava succedendo, mentre lui produceva beat su cui potevo sfogarmi. Abbiamo lavorato così: io buttavo fuori tutto, lui costruiva l’atmosfera. Poi, dopo qualche mese di stop per motivi lavorativi e personali, ci siamo rimessi sulle tracce e le abbiamo rifinite insieme fino a chiudere il disco.

Albino e Mrdiniman
Quando hai iniziato a fare rap ti sei trovato subito a tuo agio a esporti parlando di sentimenti intimi, come fai in “Messaggio vocali”, o ci sei arrivato con il tempo?

In realtà mi sono abituato subito a espormi. Fin dall’inizio scrivevo solo quello che vivevo e sentivo, anche perché era il tipo di rap che ascoltavo di più e in cui mi riconoscevo. C’è stato un periodo in cui mi divertivo a fare incastri e barre tecniche – e ancora oggi mi piace portarli live – ma ho sempre preferito concentrarmi sulla musicalità e sul testo.  Mi interessa creare una sorta di catarsi, come succedeva a me quando ascoltavo gli artisti che mi hanno formato.

Ad album terminato, ti senti di dire che scrivere i testi di questi brani ti abbia aiutato concretamente a superare il dolore per la fine della relazione di cui parli? Oppure la musica è un conto e la vita reale un altro?

Scrivere quei testi mi ha sicuramente aiutato a sfogarmi. In quei giorni mi dava un po’ di sollievo, ma durava poco: la mattina dopo tornava tutto da capo. La musica mi ha aiutato, ma non è stata la soluzione. Il dolore l’ho superato vivendolo fino in fondo e lavorandoci concretamente, cercando di migliorare me stesso e la vita che stavo attraversando. Non è stato semplice, ci ho messo tempo e sono anche andato in terapia. È lì che ho iniziato davvero a cambiare le cose. Oggi guardo a quei brani con soddisfazione, perché sono la matrice di tutto questo percorso. Ricordo perfettamente come stavo e dove mi trovavo quando li scrivevo, e per me è importante conservarlo: mi ricorda da dove sono passato e perché adesso sto meglio.

Ci sono altri album, non necessariamente rap, che trattano temi simili e che hai preso a riferimento durante la fase creativa o, di solito, preferisci non farti condizionare da altra musica?

Sono sempre stato influenzato dalla musica che ascolto. Non cerco di evitarlo: prendo ciò che mi piace, lo rimodello e lo porto nel mio linguaggio. È inevitabile che ciò che mi ha formato poi entri anche in quello che faccio. Nel rap sicuramente “808s & Heartbreak” di Kanye West è stato un riferimento per come riesce a trasformare il dolore in atmosfera. E poi ci sono artisti italiani che hanno segnato il mio modo di raccontare: Mezzosangue, Claver Gold, i Club Dogo… ognuno, a suo modo, mi ha insegnato qualcosa. Faccio una menzione speciale a “Fragole e miele” di Claver Gold. Racconta una storia molto simile, forse quasi identica in alcuni passaggi. La cosa curiosa è che quando l’ho ascoltata avevo già scritto quasi tutto il disco, e mi ha stupito quanto mi ci ritrovassi. Molte delle cose che descrive le ho vissute anch’io.

Andando oltre il disco, oggi qual è la prospettiva di un rapper indipendente con il tuo stile nel mercato discografico italiano?

Bella domanda. Credo che noi – parlo della mia generazione e di chi ha un’estetica simile alla mia – non siamo più “le nuove promesse”, ma nemmeno parte della musica di plastica che oggi domina il mercato. Siamo diventati la controparte, quelli che scelgono di essere viscerali e coerenti, anche quando non è la strada più facile. E personalmente, sono fiero di stare da quella parte. Non ho nulla contro gli investimenti: i soldi non fanno schifo a nessuno, ma il punto è riuscire a costruire una carriera senza snaturarsi. È molto difficile farlo e viverci mantenendo una linea etica e un’identità precisa. Allo stesso tempo, per certi artisti indipendenti la mancanza di un’industria o di autori alle spalle può diventare un limite reale, e non so ancora se e come verrà colmato.

Per finire, una curiosità: qualche anno fa hai cambiato il tuo nome d’arte da Nox ad Albino: cosa ti ha spinto a compiere questa scelta?

Nox era un nome che mi aveva dato un mio amico di vecchia data, Francesco. È rimasto con me dai primi pezzi fino a “Sabbatico”, ma a un certo punto ho iniziato a sentirlo stretto: non mi rappresentava più. In più, tutti si ricordavano il mio vero nome molto più facilmente del mio nome d’arte, quindi continuare a nasconderlo mi sembrava anche poco naturale. Albino è il nome di mio nonno, la persona che più mi ha insegnato cosa è giusto e cosa è sbagliato. È probabilmente l’uomo che rispetto di più nella mia vita. Portare il suo nome nella musica è una scelta di identità e anche un modo per rendergli onore: quello che faccio, in un certo senso, lo continuo anche per lui.

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