Male Che Vada: l’intervista sul nuovo album

I Male Che Vada sono due italo-londinesi che fanno rap sperimentale e hanno appena pubblicato l'album d'esordio, "Randy Gardner". Li abbiamo intervistati.

È appena uscito un disco rap firmato Male Che Vada che va in totale controtendenza con gli stili dominanti nel nostro mercato. Forse dipende dal fatto che le menti dietro questo disco vivono a Londra da tanti anni, in ogni caso sembrano proprio far parte di quel sottobosco che si è stancato di seguire le solite formule accettate dalla maggioranza per provare ad arrivare al successo.

In questo caso non ci sono calcoli, solo passione per la sperimentazione, la ricerca dell’originalità e una vocazione underground quanto mai pura. L’album dei Male Che Vada si intitola “Randy Gardner” (avevamo già parlato della title-track), nome dell’adolescente statunitense che, tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964, è rimasto sveglio per 11 giorni di fila divenendo la prima persona sulla quale sono stati condotti studi scientifici riguardanti gli effetti che la deprivazione del sonno ha sulla mente umana.

L’esordio dei Male Che Vada, insomma, è un concept album che si propone come uno studio (fittizio) sugli effetti che una deprivazione “comunicativa” – con la solitudine che ne deriva – possono avere sulla psiche di una persona. Le atmosfere dunque sono claustrofobiche, i suoni spigolosi, il flow impegnativo da seguire ma prendere o lasciare: questo disco va bene per chi vuole ascoltare un tipo di rap che in Italia non si fa più, per chi non guarda numeri e non ama i cliché.

Ne abbiamo parlato direttamente con i Male Che Vada, ossia Nope (1988) e Another Hysterical Guy (1993), il primo romano e il secondo della provincia di Verona, ma ormai entrambi londinesi d’adozione.

Visto che vivete da anni a Londra, come potreste spiegare al pubblico italiano l’influenza che l’Inghilterra ha avuto SULLO stile sonoro DEI MALE CHE VADA?

Londra negli anni è cambiata molto, specie negli ultimi 10, ma anche in questi tempi assai più cupi e di divisione rimane un melting-pot in cui diverse scene artistiche e tradizioni si incontrano, dialogano e si contaminano a vicenda all’interno di un contesto in cui riescono tutte a coesistere e muoversi, insieme e in parallelo.

Le scene indipendenti e underground non sono semplicemente in grado di esistere, ma rappresentano il fulcro e motore dell’identità artistica e musicale UK.

Noi ci siamo conosciuti qui, studiando ingegneria del suono, e venivamo da background musicali abbastanza diversi. Ci siamo trovati entrambi a studiare più a fondo le basi, gli strumenti e le potenzialità di musica elettronica, composizione elettroacustica, sound design e via dicendo. Quello spazio ci ha aiutato a lasciarci dietro logiche da musica ‘di genere’ che – soprattutto in un contesto di composizione elettronica – troviamo piuttosto inutili.

Questo disco va in totale conflitto con le tendenze dominanti che il rap ha in Italia però avete scelto la vostra lingua madre per i testi, quindi in qualche modo vi rivolgete al mercato italiano. C’è stato un ragionamento dietro questa scelta? E se non c’è stato, a posteriori, come potete analizzarla?

NOPE – Quella di scrivere in italiano non è veramente una scelta ma una necessità. In sostanza penso che se la mia madrelingua è l’italiano, è naturale che io mi esprima principalmente in italiano. Anche da un punto di vista di rispetto per quello che faccio, farei fatica a giustificare dei testi in inglese.

Mentre in contesti diversi da quello rap mi trovo spesso a scrivere in inglese, so che col rap in inglese non riuscirei a proporre lo stesso tipo di scrittura che posso proporre in italiano. Piuttosto che fare qualcosa che io stesso riterrei mediocre, rinuncerei semplicemente a fare pezzi, tanto di musica ne esce già troppa.

Per quanto riguarda l’Italia: la cosa più triste, per me, non è tanto il fatto che non ci sia mercato per questa roba, quanto il fatto che la maggior parte delle persone che fanno quest’osservazione sono le stesse che ci proiettano addosso improbabili “riferimenti musicali” (puntualmente assurdi) che avrebbero colto ascoltandoci e che staremmo cercando di riproporre in versione italiana.

Questa mentalità secondo cui qualcosa di italiano possa aver senso solo in quanto versione importata o tradotta di un qualcosa di estero è il vero problema.

Se c’è qualcosa circa la quale ci sentiamo entrambi sicuri, è che la nostra musica abbia un’identità forte e riconoscibile, nel contesto italiano come in quello inglese.
 Da ragazzi cercavamo entrambi prodotti con dietro questo tipo di attitudine, e abbiamo imparato a guardare altrove.

Qualcuno in una situazione analoga alla nostra dovrà pur esserci; il disco si rivolge a quella persona, non al mercato, che tanto è un pessimo interlocutore, parla per frasi di circostanza e con così tanta gente che non ci si può certo aspettare ne impari anche i nomi.

Come avete scoperto e approfondito la storia di Randy Gardner? Avete letto articoli, libri, ascoltato podcast o visto documentari o reportage giornalistici? E prima di costruire attorno alla sua vicenda il concept del disco, cosa vi ha affascinato di quell’esperimento?

NOPE – Non ricordo esattamente quando ho scoperto la vicenda di Randy Gardner, probabilmente uno dei tanti rabbit-holes notturni in cui mi piace perdermi quando posso. Ricordo di aver letto un articolo in particolare, credo su NPR, che mi era rimasto impresso, poi da lì ho approfondito. Parliamo di qualche anno prima della nascita di Male Che Vada… probabilmente tra il 2015 e il 2017.

Lo spunto è usato in maniera molto libera. L’idea iniziale era quella di avere un disco che seguisse letteralmente un insonne (che è un tema che mi è molto caro, forse perché io stesso vivo a orari un po’ bizzarri), ma il concept è stato rielaborato tante volte. Il personaggio esaurito e nevrotico è rimasto, si rifiuta di dormire e in un certo senso prova a spiegarci il perché, ma quest’aspetto è meno centrale rispetto all’idea iniziale.

Abbiamo persino inserito una traccia che racconta un suo incubo nel momento in cui finisce con l’addormentarsi.
In questo contesto, la paranoia, la rabbia e il rifiutarsi di dormire sono sintomi di un senso di isolamento e alienazione che sono il vero perno attorno a cui ruota tutto il disco.

L’idea di avere rimandi esterni, scegliere storie, vicende, personaggi, raccogliere immagini, video e quant’altro ci è anche utile per stabilire una sorta di mood-board comune che ci dia un terreno a partire dal quale sviluppare suoni e idee anche a distanza.

Visto che in Italia il rap sperimentale / d’avanguardia è poco praticato, avreste voglia di indicarci dei dischi o degli artisti italiani che, dagli anni 90 a oggi, hanno invece provato a prendere strade alternative e vi hanno convinto?

NOPE – É vero che in Italia non esiste una scena sperimentale ben strutturata, ma penso che di ricerca ce n’è sempre stata.

Se parliamo di sperimentazione, per come la intendiamo noi, penso che i due nomi fondamentali siano da una parte Dargen D’Amico – “Musica Senza Musicisti” è l’unico disco che definirei di “hip hop italiano sperimentale” in senso stretto – e dall’altra gli Uochi Toki, che magari esulano un po’ dalla definizione di ‘hip hop’e ‘rap’, ma che si sono mossi in territori quantomeno adiacenti, in una maniera unica e forse con più lucidità di chiunque altro. Questi sono anche due nomi che seguiamo entrambi.

Se poi si parla di rap alternativo / hip hop astratto o come lo vogliamo chiamare, in Italia non è mai mancato, solo che non ha ricevuto molti incentivi, in particolare da dopo il 2006. Su due piedi mi viene da citare Gomez – che pur non avendo mai pubblicato un disco solista penso sia stato una figura fondamentale – Domasan, Roggy Luciano (un altro che seguiamo entrambi, quando vivevamo insieme “Buon Natale” ce l’avevamo in rotazione fissa), e di recente ho scoperto Leon Bueno che è un altro bel visionario…

Poi sarà scontato ma lo stesso Neffa ha lavorato molto in questa direzione (in particolare in “Chicopisco” e in certi passaggi di “107 elementi”), cosi come Gruff e Melma e Merda. Va da sé che anche la gente che ci circonda è tutta gente che ha una visione molto personale da proporre, vale per Agronomist – che è stato fondamentale affinché il disco ricevesse una release ufficiale vera e propria e che ci sta supportando anche tramite la sua Isolation Is Bliss – così come per Campidilimoni che – vale la pena ricordarlo – ci ha fatto un feat di cristo!

E invece cosa ne pensate del rap mainstream italiano esploso definitivamente negli ultimi 10 anni, dal boom della trap in poi? Sembrate lontanissimi dall’immaginario degli artisti più noti oggi ma, chissà, magari ci trovate anche qualcosa di interessante…

Il successo in quanto tale non è veramente un elemento che teniamo in considerazione.

Se l’artista è vero (e capace) e presenta un immaginario personale, mainstream o meno che sia, a noi piace. Anche quando si muove all’interno di contesti che sono lontani anni luce dal nostro, o magari si circonda di altri artisti dei quali siamo più scettici.

Diciamo che nessuno dei due va particolarmente matto per il rap troppo melodico e per le fusioni con il pop italiano più tradizionale, ma alla fine dipende sempre dal pezzo e dall’artista. Comunque quando qualcosa ci colpisce la sentiamo, ma lo spazio che dedichiamo al rap nei nostri ascolti non è lo stesso per entrambi.

Io (Nope) tengo un po’ più d’occhio la cosa ma non sempre con sufficiente attenzione, quindi di sicuro mi sono perso un sacco di cose. Se per esempio parliamo di roba uscita negli ultimi 5 anni, su due piedi non mi viene in mente nessuno, ma nei 5 anni precedenti, quando sono usciti nomi come Dani Faiv o Massimo Pericolo, ci ho fatto caso e li ho iniziati a seguire.

Ultima domanda: in Inghilterra pensate possa esserci spazio nei club per degli artisti come voi che musicalmente magari potrebbero avere un pubblico anche lì, ma che cantando in italiano potrebbero essere visti come “alieni”? Insomma, può essere una speranza concreta quella di portare dal vivo i brani del vostro disco lì a Londra?

Il potenziale affinché questa cosa avvenga c’è, ma rimane comunque un po’ difficile senza un qualche tipo di scena più o meno organizzata a monte. Nel momento in cui una realtà esiste, le si può creare uno spazio intorno, altrimenti è un po’ complicato. Qui ci sono talmente tanti italiani che l’idea non è impossibile, ma rimane comunque una cosa estremamente difficile da organizzare… almeno ai nostri occhi, ma noi facciamo fatica anche a organizzarci per andare al pub!

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